Sostenibilità è resilienza

Se consideriamo la resilienza come efficace strategia anticrisi possiamo collegarla al tema della sostenibilità. In questo senso segnaliamo un interessante approfondimento di Gianfranco Bologna pubblicato su greenreport.it.

Bologna considera che “Uno dei concetti più affascinanti e cruciali della scienza della sostenibilità è quello di resilienza, al quale sono dedicati interi centri di ricerca (da quasi tre anni esiste a Stoccolma, il prestigioso Stockholm Resilience Institute – dove lavora come web editor l’amico di Studio Baroni dott. Sturle Hauge Simonsen ndr) ed anche uno straordinario coordinamento internazionale di tanti autorevoli istituti scientifici ed università, coinvolte nell’approfondimento teorico e pratico della resilienza.

La Resilience Alliance è proprio un’ alleanza scientifica tra diversi autorevoli enti, università ed istituti, nata nella seconda metà degli anni Novanta, ispirata dal lavoro del grande ecologo Crawford (Buzz) Holling , e che ha dato vita ad un’ interessantissima rivista disponibile gratuitamente on line e scientificamente referata, dal titolo “Ecology and Society“, precedentemente chiamata “Conservation Ecology”, che si pone, come obiettivo, la raccolta di riflessioni, analisi e ricerche destinate ad una scienza integrata della resilienza e della sostenibilità.

Il concetto ecologico di resilienza è stato pionieristicamente introdotto da Crawford Holling, sin dai primi anni Settanta, e definisce la capacità dei sistemi naturali o dei Social Ecological Systems (i sistemi integrati ecologici ed umani), di assorbire un disturbo e di riorganizzarsi mentre ha luogo il cambiamento, in modo tale da mantenere ancora essenzialmente le stesse funzioni , la stessa struttura, la stessa identità e gli stessi feedback. Il sistema ha la possibilità quindi di evolvere in stati multipli, diversi da quello precedente al disturbo, garantendo il mantenimento della vitalità delle funzioni e delle strutture del sistema stesso.

La resilienza, ricorda Holling, è misurata dal grado di disturbo che può essere assorbito prima che il sistema cambi la sua struttura, mutando variabili e processi che ne controllano il comportamento.

La resilienza di un ecosistema costituisce quindi la sua capacità di tolleranza di un disturbo senza collassare in uno stato qualitativo differente che è controllato da un differente set di processi.

In precedenza in ecologia il concetto di resilienza è stato utilizzato in maniera molto simile al modo in cui viene utilizzato in ingegneria. Infatti il noto ecologo Eugene Odum (nel suo volume “Basi di ecologia”, edito nel 1988 da Piccin) afferma :”La stabilità di resistenza rappresenta la capacità di un ecosistema di resistere alle perturbazioni (disturbi) e mantenere la sua struttura e funzione intatte. La capacità di resilienza rappresenta la capacità di recupero quando il sistema è modificato da perturbazione.”

L’intera trattazione ecologica di Odum riprende la natura cibernetica degli ecosistemi ed egli è stato indubbiamente un pioniere nell’applicazione all’ecologia dei moderni avanzamenti scientifici che negli anni Sessanta-Settanta vi furono nell’analisi dei sistemi, nell’energetica e nella cibernetica (lavoro in cui ebbe un ruolo molto rilevante anche suo fratello Howard Odum – sia Eugene che Howard sono purtroppo scomparsi nel 2002).

Lo stesso Eugene Odum, nel testo già citato, ad un certo punto, scrive: “Con l’incremento di uno stress, il sistema, sebbene controllato, potrebbe non essere capace di ritornare esattamente allo stesso livello di prima. Infatti C.S. Holling (1973) ha sviluppato una teoria ampiamente accettata, per la quale le popolazioni e, per inferenza, gli ecosistemi hanno più di uno stato di equilibrio e dopo una perturbazione spesso ripristinano un equilibrio differente dal precedente.”

Crawford Holling ha avuto senz’altro il merito di aver applicato all’ecologia gli avanzamenti delle analisi dei sistemi adattativi complessi, fornendo all’ecologia stessa e, conseguentemente, alle discipline dell’ecologia applicata, della gestione degli ecosistemi ed alla visione integrata di ecologia, economia e scienze sociali (e quindi della scienza della sostenibilità), contributi di grandissimo livello e spessore.

In un articolo apparso “Ecology and Society” Holling insieme ai noti studiosi Brian Walker, Stephen Carpenter e Ann Kinzig hanno fatto il punto sui concetti fondamentali che determinano il comportamento dei sistemi ecologici e sociali (i cosiddetti Social-Ecological Systems).

Gli studiosi della resilienza riconoscono quattro caratteristiche della resilienza, definite latitudine, resistenza, precarietà e panarchia.

La latitudine è l’ammontare massimo in cui un sistema può cambiare senza perdere la propria abilità al recupero (prima, quindi, di oltrepassare una “soglia” che, una volta passata, può rendere difficile o impossibile il recupero stesso).

La resistenza costituisce invece la facilità o la difficoltà di cambiare il sistema, o meglio, quanto e come il sistema è complessivamente resistente rispetto al cambiamento.

La precarietà indica quanto sia vicino l’attuale stato di un sistema ad un limite o una soglia.

La panarchia (termine coniato dagli studiosi del gruppo della resilienza e sul quale è apparso nel 2002 un volume con lo stesso titolo, curato da Lance Gunderson e Buzz Holling , “Panarchy” edito da Island Press, che richiama il dio greco Pan) è un termine che viene utilizzato per ricordare che, a causa delle interazioni a diverse scale, la resilienza di un sistema ad una particolare scala dipenderà dalle influenze degli stati e delle dinamiche alle scale che hanno luogo al di sopra o al di sotto del sistema stesso.

Un concetto che può essere considerato un po’ l’inverso della resilienza è quello della vulnerabilità. La vulnerabilità ha luogo quando un sistema ecologico o sociale perde le sue capacità di resilienza divenendo quindi vulnerabile al mutamento che precedentemente poteva essere assorbito.

In un sistema resiliente il cambiamento ha la potenzialità di creare opportunità di sviluppo, novità, ed innovazione. In un sistema vulnerabile persino piccoli cambiamenti possono risultare devastanti. La vulnerabilità si riferisce perciò alla propensione di un Social-Ecological System, di soffrire duramente delle esposizioni agli stress e agli shock esterni. Meno resiliente è il sistema, minore è la capacità delle istituzioni e delle società di adattarsi e di affrontare i cambiamenti.

Attuare politiche di sostenibilità vuol dire apprendere come gestire l’incertezza, adattarsi alle condizioni mutevoli che si presentano ma, soprattutto, evitare di rendere sempre meno resilienti i sistemi naturali ed i nostri sistemi sociali.

Siamo in un mondo in cui l’umanità sta giocando un ruolo preminente nel modificare i processi della biosfera, dal livello genetico alla scala globale. Abbiamo un’estrema necessità di mitigare il nostro impatto sui sistemi naturali e di essere in grado di adattarci alle nuove situazioni, con grandi capacità di apprendimento e flessibilità.

Le politiche di sostenibilità basate sulle migliori conoscenze scientifiche transdisciplinari dovrebbero diventare la priorità delle agende politiche internazionali. Il costo ambientale, economico e sociale che potremmo pagare, se ciò non dovesse aver luogo, potrebbe infatti essere altissimo.

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