Comunicazione, Obama, Pubblica Amministrazione

Primo discorso Barack Obama sullo Stato dell’Unione 27 Gennaio 2010

“il peggio della tempesta è passato ma resta la devastazione”

“tenace resilienza di fronte alle avversità”

“l’occupazione è la priorità del 2010”

Primo discorso di Barack Obama sullo stato dell’Unione 27 gennaio 2010

Signora presidente della Camera, vicepresidente Biden, membri tutti del Congresso, illustri ospiti e cari americani:

La nostra Costituzione prevede che a scadenza regolare il Presidente informi il Congresso sullo stato della nostra Unione. Da 220 anni i nostri leader hanno assolto a questo dovere. Lo hanno fatto in periodi di prosperità e tranquillità, e lo hanno fatto nel mezzo di guerre e depressione, in periodi di grandi difficoltà e tensione.

In circostanze simili è allettante rievocare il passato e presumere che il progresso è stato in ogni caso inevitabile, che l’America è sempre stata destinata ad avere successo. Ma quando l’Unione dovette ripiegare a Bull Run, quando gli Alleati sbarcarono a Omaha Beach per la prima volta, la vittoria parve quanto mai incerta. Quando il Martedì Nero i mercati crollarono o quando gli attivisti che marciavano per i diritti civili furono picchiati nel Bloody Sunday, il nostro futuro era tutt’altro che sicuro. Ci sono stati periodi che hanno messo a dura prova il coraggio delle nostre convinzioni e la forza della nostra unione. Malgrado tutte le nostre divisioni e i nostri disaccordi, le nostre esitazioni e le nostre paure, l’America alla fine ha avuto la meglio, perché abbiamo scelto di andare avanti uniti, come un’unica nazione, un unico popolo.

Anche adesso siamo messi alla prova. E anche adesso dobbiamo rispondere a questa storica chiamata.

Un anno fa ho assunto la carica di presidente, nel pieno di due guerre, con un’economia sconvolta da una grave recessione, con un sistema finanziario sull’orlo del collasso totale, con un governo fortemente indebitato. Gli esperti di tutto lo spettro politico ci misero in guardia, dichiarando che se non fossimo intervenuti avremmo potuto dover affrontare una seconda depressione. E pertanto siamo intervenuti: immediatamente e aggressivamente. Adesso, a un anno di distanza, il peggio della tempesta è alle spalle.

Tuttavia la devastazione rimane. Un americano su dieci non trova ancora un posto di lavoro. Molte aziende hanno chiuso i battenti. Il valore degli immobili è sceso. Le piccole città e le comunità rurali sono state colpite in modo particolarmente duro. Per coloro che già vivevano in povertà, la vita è diventata ancora più difficile.

Questa recessione ha aggravato ulteriormente l’onere delle famiglie americane, quello che si accollano da decenni, quello che comporta di lavorare di più e più a lungo per guadagnare meno, di essere impossibilitati a risparmiare a sufficienza per andare tranquillamente in pensione o mandare i propri figli all’università.

Conosco molto bene le preoccupazioni che ci assillano. Non sono nuove. Sono anzi le ragioni stesse per le quali mi sono candidato alla presidenza. Di queste preoccupazioni sono stato testimone diretto per anni in luoghi come Elkhart nell’Indiana e Galesburg in Illinois. Ne ho sentito parlare nelle lettere che leggevo ogni sera. Le lettere più difficili da leggere erano quelle scritte da bambini che mi chiedevano perché dovessero andarsene dalle loro case, o quando la loro mamma o il loro papà sarebbero potuti tornare ad avere un posto di lavoro.

Per questi americani e per molti altri il cambiamento non è arrivato in tempi sufficientemente rapidi. Alcuni sono demoralizzati, altri sono in collera. Non capiscono perché sembra che un cattivo comportamento a Wall Street sia ricompensato mentre il duro lavoro a Main Street non lo è. Non capiscono perché Washington sia stata incapace o non disposta a risolvere alcuno dei nostri problemi. Sono stanchi delle lacerazioni politiche, delle polemiche, delle meschinità. Sanno che non possiamo permettercele. Non adesso.

Dobbiamo affrontare sfide difficili e di grossa portata. E ciò che il popolo americano auspica – ciò che si merita – è che noi tutti, Democratici e Repubblicani, lavoriamo uniti, superando le nostre divergenze, per superare la paralisi della nostra politica. Chi ci ha eletto ha background diversi, storie diverse, principi diversi, ma le preoccupazioni che deve affrontare sono le medesime. Le aspirazioni sono condivise: un posto di lavoro che consenta di pagare le proprie bollette, l’opportunità di andare avanti e soprattutto la capacità di offrire ai propri figli una vita migliore.

E sapete che cosa hanno ancora in comune? Condividono tutti una medesima tenace resilienza di fronte alle avversità. Dopo uno degli anni più difficili che la nostra storia ricordi, sono ancora impegnati a costruire automobili e insegnare nelle scuole, a fondare nuove aziende e a ritornare a studiare, allenano piccole squadre e aiutano i loro vicini di casa. Una situazione condensabile nelle parole che una signora mi ha scritto: “Siamo affaticati, ma speranzosi, lottiamo ma siamo incoraggiati”.

È grazie a questo stesso spirito – questa grande dignità, questa grande forza – che non sono mai stato più ottimista in relazione al futuro dell’America di come sono questa sera. Malgrado le difficoltà, la nostra unione è forte. Noi non cederemo. Noi non rinunceremo. Noi non permetteremo che le paure o le difficoltà possano piegare o incrinare il nostro animo. In questo nuovo decennio, è giunta l’ora che il popolo americano abbia un governo che sia rispettabile quanto lo è lui, che incarni tutta la sua forza.

Stasera io vorrei proprio parlare di come insieme possiamo realizzare questa promessa. A cominciare dalla nostra economia.

L’ impegno più urgente da affrontare quando ho assunto la carica di presidente era quello di puntellare e sostenere quelle medesime banche che avevano contribuito a provocare la crisi. Non è stata una cosa facile da fare. Se c’è qualcosa che ha unito Democratici e Repubblicani e chiunque altro è il fatto che tutti hanno detestato il salvataggio in extremis delle banche. Io l’ho detestato. Voi l’avete detestato. Si può dire che sia stato qualcosa di tanto popolare quanto la terapia canalare dal dentista!

Quando mi sono candidato per la presidenza, tuttavia, ho promesso che non avrei fatto soltanto ciò che sarebbe risultato popolare, ma ciò che era necessario fare. E se avessi permesso al sistema finanziario di crollare completamente, la disoccupazione avrebbe potuto essere il doppio di quella che è oggi. Molte più aziende avrebbero dovuto chiudere. Molte più case sarebbero sicuramente andate perdute.

Quindi ho appoggiato gli sforzi della passata Amministrazione volti a creare un programma di salvataggio finanziario. E quando abbiamo dovuto occuparci noi di quel programma, lo abbiamo reso più trasparente, in modo da poter rispondere della sua applicazione. Di conseguenza, i mercati sono stati stabilizzati adesso, e abbiamo recuperato buona parte dei soldi versati alle banche. Buona parte, ma non tutti.

Per recuperare ciò che manca, ho proposto l’applicazione di una tassa alle banche più grosse. Adesso so che Wall Street non è tanto favorevole a questa idea. Ma se questi istituti possono permettersi di dare nuovamente ingenti bonus, allora possono permettersi di pagare un’imposta modesta per ripagare i contribuenti che li hanno salvati nel momento del bisogno.

Adesso, non appena stabilizzeremo il sistema finanziario, dovremo anche varare iniziative per far crescere nuovamente la nostra economia, salvando quanti più posti di lavoro possibile, aiutando gli americani che sono diventati disoccupati.

Ecco perché estenderemo o aumenteremo i sussidi di disoccupazione per oltre 18 milioni di americani; ecco perché renderemo l’assicurazione sanitaria più economica del 65 per cento per le famiglie che hanno la copertura Cobra; ecco perché approveremo 25 diversi sgravi fiscali.

Voglio ribadirlo: noi abbiamo tagliato le tasse. Abbiamo tagliato le tasse per il 95 per cento delle famiglie dei lavoratori. Abbiamo tagliato le tasse per le piccole imprese, abbiamo tagliato le tasse per chi deve acquistare la prima casa. Abbiamo tagliato le tasse per i genitori che devono allevare la prole. Abbiamo tagliato le tasse per gli otto milioni di americani che devono pagare le rette universitarie.

Sì, vorrei proprio che continuaste ad applaudire…

Di conseguenza, milioni di americani hanno avuto soldi in più da spendere per la benzina e per altri generi di prima necessità, e tutto ciò ha aiutato le aziende a mantenere dei posti di lavoro. Non abbiamo alzato le tasse sul reddito di nemmeno un centesimo, per nessuno. Nemmeno un centesimo..

Grazie alle iniziative che abbiamo varato, ci sono circa due milioni di americani che adesso lavorano e che altrimenti si sarebbero ritrovati senza un posto di lavoro. Duecentomila di loro lavorano nel settore edilizio e delle energie pulite, trecentomila sono insegnanti e lavorano nel nostro sistema scolastico. Decine di migliaia sono poliziotti, vigili del fuoco, guardie carcerarie, esperti di pronto soccorso e intervento. Siamo inoltre in procinto di aggiungere entro la fine dell’anno un altro milione e mezzo di posti di lavoro.

Il piano che ha reso tutto ciò possibile – dagli sgravi fiscali ai posti di lavoro – è il Recovery Act. Proprio così, il Recovery Act meglio noto come piano di stimoli. Gli economisti di destra e di sinistra concordano che questa legge ha contribuito a salvare posti di lavoro ed evitare il disastro. Ma non dovete credere ciecamente alle loro parole. Parlate piuttosto con la piccola azienda di Phoenix che triplicherà i propri dipendenti grazie al Recovery Act. Parlate con quel produttore di finestre di Filadelfia che ha detto che se prima era scettico in proposito, adesso ha dovuto organizzare il lavoro su altri due turni per rispettare gli impegni di lavoro presi. Parlate con quell’insegnante, genitore unico che tira su due figli, che la settimana scorsa ha saputo dal preside della sua scuola di non essere stata licenziata proprio grazie al Recovery Act.

Di storie come queste ce ne sono a migliaia in tutta l’America. E dopo due anni di recessione, l’economia è tornata a crescere. I fondi pensione hanno incominciato a recuperare parte del loro valore. Le imprese stanno iniziando a investire di nuovo e piano piano alcune stanno iniziando anche ad assumere nuovo personale.

Mi rendo in ogni caso conto che per ogni storia di successo, ce ne sono molte altre, di uomini e di donne, che ogni mattina si svegliano con l’angoscia di non sapere da dove arriverà il loro stipendio; che di settimana in settimana spediscono curricula e nessuno risponde loro. Ecco perché il lavoro deve essere la nostra priorità assoluta nel 2010 ed ecco perché questa sera chiedo ufficialmente un nuovo provvedimento legislativo per creare nuovi posti di lavoro.

Il vero motore che crea posti di lavoro in questo Paese saranno sempre le aziende americane. Ma il governo può creare le condizioni necessarie migliori affinché esse possano espandersi e assumere più lavoratori e operai.

Dobbiamo iniziare da dove nascono i nuovi posti di lavoro, nelle piccole aziende, nelle società che spuntano allorché un imprenditore decide di dare una chance al proprio sogno, o quando un dipendente decide che è giunta l’ora di mettersi in proprio. Con coraggio e determinazione, queste aziende hanno resistito alla recessione e sono adesso pronte a crescere. Ma quando ci si rivolge ai piccoli imprenditori di luoghi come Allentown in Pennsylvania, o Elyria in Ohio, si scopre che le banche di Wall Street hanno ripreso sì a concedere prestiti, ma in linea di massima li concedono alle aziende più grosse. I finanziamenti rimangono di difficile accesso per i piccoli imprenditori del Paese, anche se riescono a registrare utili.

Questa sera, pertanto, propongo di prendere 30 miliardi dei dollari che le banche di Wall Street hanno restituito e di utilizzarli per aiutare le banche delle piccole comunità a concedere piccoli prestiti e il credito di cui le piccole imprese hanno bisogno per restare a galla. Propongo anche una nuova piccola business tax credit da destinare a oltre un milione di piccole aziende che assumono nuovi dipendenti o aumentano il loro stipendio. E già che ci siamo, cerchiamo anche di eliminare tutte le tasse sui capital gain degli investimenti delle piccole aziende e di fornire incentivi fiscali per tutte le grandi aziende e le piccole aziende, affinché investano in nuovi stabilimenti e macchinari.

Subito dopo, dobbiamo mettere al lavoro gli americani affinché costruiscano le infrastrutture del domani. Dalle prime ferrovie fino al sistema della rete autostradale interstatale, la nostra nazione è sempre stata messa nelle condizioni di poter competere. Non c’è ragione alcuna per cui l’Europa o la Cina debbano avere treni ad alta velocità più veloci dei nostri, né aziende e stabilimenti che producono articoli utilizzando energia pulita e noi no.

Domani mi recherò a Tampa, in Florida, dove ben presto gli operai si metteranno al lavoro per creare una nuova rete ferroviaria ad alta velocità finanziata dal Recovery Act. Progetti come questi ce ne sono molti in tutto il Paese e creeranno posti di lavoro, aiutando la spedizione delle merci prodotte dal nostro Paese, moltiplicando i servizi e l’informazione.

Dovremmo mettere al lavoro un numero maggiore di americani per costruire impianti a energia pulita, concedere sconti consistenti agli americani che rendono le loro case più efficienti dal punto di vista energetico, o che creano posti di lavoro in questo ambito. E per incoraggiare loro e altre imprese a restare in attività entro i nostri confini è giunta finalmente l’ora di porre fine agli sgravi fiscali concessi alle aziende che delocalizzano oltreoceano i nostri posti di lavoro e di dare quegli stessi sussidi, invece, alle aziende che creeranno posti di lavoro proprio qui, negli Stati Uniti d’America.

La Camera ha appena approvato una legge sull’occupazione che prevede alcune delle cose che ho appena detto. Questa è la priorità assoluta di quest’anno – ed esorto il Senato a fare altrettanto…so che lo farà. Lo farà perché la gente è senza lavoro e questo è un grande male. La gente ha bisogno del nostro aiuto. Aspetto senza indugio alcuno una proposta di legge sulla mia scrivania al più presto.

La verità, in ogni caso, è che queste iniziative non potranno controbilanciare i sette milioni di posti di lavoro che abbiamo perduto negli ultimi due anni. L’unico modo per avviarci verso la piena occupazione è gettare le fondamenta di una crescita economica a lungo termine, e quindi risolvere i problemi che le famiglie americane si trovano a dover affrontare da anni.

Non possiamo permetterci un’altra cosiddetta “espansione” economica, come quella dell’ultimo decennio – quello che alcuni chiamano “il decennio perduto” -, nel quale i posti di lavoro sono cresciuti più lentamente rispetto a qualsiasi altra espansione precedente, nel quale i guadagni medi delle famiglie americane sono scesi mentre il costo dell’assistenza sanitaria e delle rette scolastiche ha raggiunto cifre da record, nel quale la ricchezza si è basata sulla bolla immobiliare e sulla speculazione nel mondo della finanza.

Dal giorno stesso in cui mi sono insediato alla presidenza, mi è stato detto che affrontare le nostre sfide più grandi era eccessivamente ambizioso, che un simile sforzo sarebbe stato troppo controverso. Non hanno fatto altro che ripetermi che il nostro sistema politico era troppo intricato e complesso, e che avremmo semplicemente dovuto rimandare alcune cose per un po’.

Ho una semplice domanda da rivolgere a coloro che hanno fatto queste dichiarazioni: quanto a lungo dovremmo aspettare, secondo voi? Per quanto a lungo l’America dovrebbe essere messa in attesa?

Vedete, Washington ci dice di aspettare da decenni, e nel frattempo i problemi sono soltanto peggiorati. In questo stesso periodo però la Cina non ha affatto aspettato di dare nuova vita alla propria economia. La Germania non ha aspettato. L’India non sta aspettando. Queste nazioni non se ne stanno ferme e immobile. Queste nazioni non stanno correndo per il secondo posto. Stanno dando sempre più importanza alla matematica e alla scienza. Stanno ricostruendo le loro infrastrutture. Stanno facendo investimenti consistenti nelle energie pulite perché vogliono quei posti di lavoro. Ebbene: io non accetto che gli Stati Uniti d’America si piazzino al secondo posto.

A prescindere da quanto potrà essere difficile, scomodo, controverso, e da quante polemiche e divergenze si potranno scatenare, è giunto il momento di fare sul serio e di sistemare una volta per tutte tutti i problemi che ostacolano la nostra crescita.

Uno dei punti dai quali partire è una serie riforma finanziaria. Sentite, a me non interessa punire le banche. Mi interessa proteggere la nostra economia. Un mercato finanziario forte e sano rende possibile alle aziende avere accesso al credito e creare nuovi posti di lavoro. Convoglia i risparmi delle famiglie in investimenti che aumentano il reddito. Ma ciò può aver luogo soltanto se ci mettiamo al riparo da quella medesima sconsideratezza che ci ha quasi portati a distruggere completamente la nostra economia.

Dobbiamo assicurarci che i consumatori e le famiglie della middle-class abbiano tutte le informazioni di cui necessitano per prendere le giuste decisioni. Non possiamo permettere che gli istituti finanziari, compresi quelli che custodiscono i nostri risparmi, si accollino dei rischi che possono mettere a repentaglio l’intera economia.

La Camera ha già approvato la riforma finanziaria, contenente molti di questi cambiamenti. Ci sono però persone che esercitano forti pressioni per fermare l’iter di questo progetto di legge. Noi non possiamo permettere che siano loro a prevalere. Se la legge che arriverà sulla mia scrivania non risponderà ai requisiti di una vera riforma, la rimanderò indietro e continuerò a respingerla fino a quando non sarà quella giusta. Dobbiamo varare una riforma come si deve.

Successivamente dobbiamo incoraggiare e spronare l’innovazione nel nostro Paese. L’anno scorso abbiamo fatto il più grande investimento nella ricerca di base della nostra storia, un investimento che può portare a produrre i panelli solari più economici al mondo, o a mettere a punto cure che uccidono le cellule cancerogene lasciando sane e indenni le altre. E nessun altro settore è maggiormente maturo e pronto per un’innovazione simile di quello energetico. I risultati degli investimenti dell’anno scorso nel settore delle energie pulite sono sotto gli occhi di tutti: in Nord Carolina c’è un’azienda che adesso creerà 1200 posti di lavoro in tutta la nazione per produrre batterie di nuova generazione. In California alcune aziende daranno un posto di lavoro a un migliaio di persone per costruire pannelli solari.

Per creare un numero di posti di lavoro maggiore nel campo delle energie pulite, ci occorrono maggiore produzione, maggiore efficienza, maggiori incentivi. Ciò significa costruire una nuova generazione di impianti nucleari puliti e sicuri in questo Paese. Ciò significa prendere decisioni difficili in merito all’apertura di nuove aree per l’estrazione offshore di petrolio e per lo sviluppo degli impianti di estrazione del gas. Ciò significa continuare a investire in biocombustibili avanzati e in tecnologie con carbone pulito. E poi, sì, questo significa anche approvare una legge energetica e sul clima ad ampio raggio, che preveda incentivi tali da rendere redditizi gli investimenti e la produzione di energia pulita in America.

Sono molto grato alla Camera che ha approvato questa legge l’anno scorso. Quest’anno sono impaziente di contribuire a far progredire lo sforzo bipartisan al Senato.

So che non mancano gli interrogativi e i dubbi sulle nostre effettive capacità di varare questi cambiamenti in un contesto economico così difficile. So che ci sarà sempre chi sarà in disaccordo con noi in relazione alla documentazione inoppugnabile sul cambiamento del clima. Il fatto è che in ogni caso, anche se uno dubita delle prove, fornire incentivi al settore dell’efficienza energetica e dell’energia pulita è una cosa giusta da fare per il nostro futuro, perché la nazione che sarà alla guida di un’economia che funzioni con energia pulita sarà la nazione che guiderà l’economia globale. E quella nazione deve essere l’America.

Terzo punto: dobbiamo esportare più merci prodotte da noi. E questo perché quanti più prodotti e articoli produrremo ed esporteremo negli altri Paesi, tanti più nuovi posti di lavoro favoriremo qui in America. Quindi questa sera voglio prospettarvi un nuovo obiettivo: quello di raddoppiare le nostre esportazioni nei prossimi cinque anni. Questo consentirà di garantire due milioni di posti di lavoro in America. Per rendere possibile il raggiungimento di questo obiettivo, stiamo per lanciare una grande Iniziativa Nazionale per l’Esportazione che aiuterà gli agricoltori e le piccole imprese ad aumentare le loro esportazioni e riformeremo i controlli sulle esportazioni così che siano conformi a quanto è necessario per la sicurezza nazionale.

Dobbiamo cercare di puntare aggressivamente ai nuovi mercati, proprio come fa la nostra concorrenza. Se l’America se ne resta in panchina mentre le altre nazioni stringono accordi commerciali, perderemo la chance di creare nuovi posti di lavoro nella nostra patria. Prendere atto di questi vantaggi significa altresì far entrare in vigore quegli accordi, così che i nostri partner commerciali rispettino le regole. Ecco per quale motivo continueremo a impegnarci nell’accordo commerciale di Doha che apre i mercati globali e per quale motivo rafforzeremo le nostre relazioni commerciali in Asia e con partner importanti come la Corea del Sud, Panama e Colombia.

Quarto punto: dobbiamo investire nella formazione e nell’istruzione del nostro popolo. Quest’anno abbiamo rotto lo stallo che si era creato tra sinistra e destra lanciando una gara a livello nazionale per migliorare le nostre scuole. L’idea è molto semplice: invece di ricompensare i fallimenti, dobbiamo premiare unicamente i successi. Invece di finanziare lo status quo, dobbiamo soltanto investire nelle riforme, una riforma che migliori i risultati degli studenti, che li ispiri a eccellere in matematica e nelle scienze, che cambi radicalmente le scuole inutili che rubano il futuro a troppi giovani americani, dalle comunità rurali alle città. Nel XXI secolo, il miglior programma contro la povertà consiste nell’offrire un piano di studi che sia a livello mondiale. In questo Paese, il successo dei nostri figli deve dipendere più dal raggiungimento del loro pieno potenziale che dal fatto di vivere in America.

Quando rinnoveremo il sistema della pubblica istruzione, con l’Elementary and Secondary Education Act, lavoreremo col Congresso per espandere queste riforme a tutti i 50 Stati dell’Unione. Tuttavia, in questa economia, un diploma di scuola superiore non garantisce più di trovare un buon posto di lavoro. Ecco perché sollecito caldamente il Senato a seguire la Camera e approvare una legge che riformi radicalmente i nostri community college, che sono il sentiero percorribile da molti giovani di tante famiglie lavoratrici verso una prospettiva di carriera.

Per rendere la frequenza del college più abbordabile, questa legge porrà fine una volta per tutte ai sussidi senza garanzia dei contribuenti che vanno alle banche per i prestiti agli studenti. Invece, prenderemo quei soldi e concederemo alle famiglie un credito fiscale di diecimila dollari per quattro anni di college e aumenteremo le Borse di studio Pell. Diremo anche a un altro milione di studenti che quando prenderanno la laura dovranno pagare soltanto il 10 per cento del loro reddito per i prestiti ottenuti da studenti, e che dopo venti anni il loro debito si estinguerà, e si cancellerà del tutto dopo soli dieci anni se sceglieranno una carriera nel servizio pubblico, perché negli Stati Uniti d’America nessuno deve andare in bancarotta perché ha scelto di frequentare l’università.

A proposito: è giunto anche il momento per i college e le università di intervenire drasticamente per tagliare le loro spese, perché anche loro hanno la responsabilità di contribuire a risolvere questo problema. Il costo della retta universitaria è soltanto uno dei molteplici oneri che ricadono sulla middle-class. Ecco perché l’anno scorso ho chiesto al vicepresidente Biden di presiedere una task force incaricata di indagare proprio sulle famiglie della classe media. Ecco per quale motivo oggi stiamo per raddoppiare in pratica il credito fiscale per l’assistenza all’infanzia, rendendo più facile risparmiare per la pensione, dando accesso a ogni lavoratore a un piano pensionistico ed espandendo il credito fiscale per coloro che iniziano a mettere da parte un gruzzolo di soldi. Ecco perché stiamo lavorando per aumentare il valore dell’investimento più grande per le famiglie, quello della loro casa. Le iniziative che abbiamo varato l’anno scoro per sostenere il mercato immobiliare hanno consentito a milioni di americani di sottoscrivere nuovi prestiti e di risparmiare mediamente 1.500 dollari sui pagamenti dei loro mutui.

Quest’anno miglioreremo ancor più il rifinanziamento, così che i proprietari di casa possano orientarsi verso mutui più abbordabili. Ed è precisamente per rendere più leggero il fardello delle famiglie della middle-classe che ci serve assolutamente una riforma del sistema sanitario. Sì, proprio così.

Cerchiamo di chiarire alcune cose: non ho deciso di affrontare un simile grosso problema per mettermi in saccoccia una vittoria legislativa. E ormai dovrebbe essere diventato alquanto ovvio che non mi sono occupato di assistenza sanitaria perché questa è una buona politica…ho deciso di occuparmene per le molte storie che ho ascoltato da americani le cui condizioni preesistenti di vita finora dipendevano esclusivamente dalla copertura sanitaria, da pazienti ai quali sono state negate alcune terapie, da famiglie pur assicurate per le quali una sola malattia ha significato il dissesto economico.

Dopo circa un secolo di vari tentativi, da parte di Amministrazioni democratiche e Amministrazioni repubblicane, finalmente siamo vicini come non mai a garantire una maggiore sicurezza per le vite di molti americani. L’approccio che abbiamo scelto tutelerà ogni americano dalle peggiori pratiche dell’industria assicurativa. Concederà alle piccole e medie imprese e agli americani non assicurati un’opportunità per scegliere un piano di assistenza sanitaria abbordabile in un mercato competitivo. E diverrà obbligatorio per ogni piano assicurativo coprire le cure preventive.

A questo proposito, voglio riconoscere qui ufficialmente il ruolo della First Lady, Michelle Obama, che quest’anno ha dato vita a un movimento nazionale che si prefigge di sconfiggere l’obesità in età infantile e rendere più sani i nostri bambini. Grazie!

Il nostro approccio assicurerà il diritto degli americani che hanno già un’assicurazione di tenere i loro medici e il loro piano, ma ridurrà le spese e i premi da pagare di milioni di famiglie e di aziende. Secondo il Congressional Budget Office – l’organizzazione indipendente alla quale i partiti hanno affidato la responsabilità di controllare il Congresso – il nostro approccio abbasserà il deficit fino a mille miliardi di dollari entro i prossimi venti anni.

Nondimeno, questa è una faccenda alquanto complessa e delicata. Più a lungo se ne parla, più la gente diventa scettica in proposito. Mi assumo la colpa di non averla spiegata in termini più chiari al popolo americano. So bene che per tutte le pressioni e le contrattazioni che ci sono state, il processo di definizione della riforma ha lasciato molti americani perplessi a chiedersi: “E io che cosa ne guadagno?”.

Ma so anche che questo problema non si dissolverà da solo. Quando avrò finito di parlare questa sera, un numero maggiore di americani avrà perduto la propria copertura assicurativa. Milioni di persone la perderanno quest’anno. Il nostro deficit si aggraverà. I premi da pagare alle assicurazioni aumenteranno. Ad alcuni pazienti saranno negate le cure di cui necessitano. I proprietari di piccole aziende continueranno a smettere di pagare la copertura assicurativa dei loro dipendenti. Io non lascerò soli questi americani, e non lo dovrebbero fare nemmeno quanti sono qui riuniti questa sera.

A mano a mano che le polemiche si raffredderanno, vorrei che tutti dessero un’altra occhiata al piano che è stato messo a punto. C’è una ragione specifica per la quale medici, infermieri ed esperti di assistenza sanitaria che conoscono bene come funzionano le cose considerano l’approccio scelto un notevole miglioramento rispetto allo status quo. Se però ci fosse qualcuno di entrambi gli schieramenti politici che ritiene di avere un approccio migliore, che consenta di abbassare i premi assicurativi da pagare, di ridurre il deficit, di offrire una copertura a chi non ce l’ha, di rafforzare Medicare per gli anziani, di porre fine una volta per tutte agli abusi delle compagnie di assicurazione, beh, me lo faccia sapere. Me lo faccia sapere e venga a trovarmi. Sono impaziente di vedere se c’è di meglio che possiamo fare.

In fondo è proprio questo che ho chiesto al Congresso: non abbandonate la riforma. Non adesso. Non ora che ci siamo così vicini. Troviamo un modo per metterci d’accordo e portare a termine questo gravoso impegno a vantaggio del popolo americano. Cerchiamo di impegnarci, e di farcela.

Anche se la riforma dell’assistenza sanitaria ridurrà il nostro deficit, sappiamo già che non sarà sufficiente a tirarci fuori dalla voragine fiscale nella quale siamo caduti. Si tratta di una sfida che rende quanto mai difficile affrontare e risolvere anche tutte le altre e che è soggetta a moltissime interpretazioni politiche. Permettetemi quindi di affrontare la discussione sulle spese di governo parlando chiaramente di come stanno le cose.

All’inizio del decennio scorso, il 2000, l’America aveva un’eccedenza di budget di oltre 200 miliardi di dollari. Quando io mi sono insediato alla presidenza, avevamo un deficit su base annua di oltre mille miliardi di dollari e deficit previsti per il decennio seguente nell’ordine di ottomila miliardi di dollari. La maggior parte di questa situazione è imputabile al fatto di non aver pagato per due guerre, due sgravi fiscali e un costoso programma di compensazione per farmaci vendibili con ricetta medica. Oltre a ciò, gli effetti della recessione hanno scavato un ulteriore buco di tremila miliardi di dollari nel nostro budget. E tutto ciò è accaduto prima ancora che io varcassi la soglia della Casa Bianca.

Ora: guardiamo ai fatti. Se fossi diventato presidente in circostanze e tempi ordinari e normali, nessuna altra cosa mi avrebbe dato maggior piacere che iniziare a ridurre il deficit. Ma sono stato eletto presidente nel pieno di una grossa crisi e i nostri sforzi volti a scongiurare una seconda depressione hanno comportato un altro buco di mille miliardi di dollari nel nostro indebitamento nazionale. Anche questo è un dato di fatto.

Sono assolutamente convinto che quella fosse la cosa giusta da fare. Ma le famiglie in tutto il Paese stanno stringendo la cinghia e stanno prendendo decisioni difficili. Il governo federale dovrebbe fare altrettanto. Quindi questa sera vorrei proporre iniziative specifiche che ripaghino le migliaia di miliardi che è stato necessario utilizzare per soccorrere l’economia l’anno scorso.

A cominciare dal 2011 siamo pronti a congelare la spesa di governo per tre anni. Non saranno colpite da questo provvedimento le spese relative alla nostra sicurezza nazionale, Medicare, Medicaid, e Social Security. Ma tutti gli altri programmi governativi discrezionali sì. Come qualsiasi altra famiglia in crisi per la situazione economica, noi lavoreremo con un budget fisso per investire in quello che ci serve maggiormente e sacrificheremo tutto ciò che non sarà strettamente necessario. E se dovrò far entrare in vigore questo nuovo corso opponendomi col potere di veto, lo farò.

Continueremo a esaminare il budget, riga per riga, pagina per pagina, per eliminare tutti i programmi e le iniziative che non possiamo permetterci e che non servono. Abbiamo già individuato come risparmiare 20 miliardi di dollari l’anno prossimo. Per aiutare le famiglie dei lavoratori, estenderemo gli sgravi fiscali alla middle-class. Ma in un’epoca di deficit da record, non continueremo a concedere tagli e sgravi fiscali alle compagnie petrolifere, ai manager dei fondi di investimento, e per coloro che guadagnano più di 250.000 dollari l’anno. Molto semplicemente, non possiamo permettercelo.

Purtroppo, anche dopo aver saldato il deficit che si è creato spendendo durante il mio mandato, resterà però pur sempre da affrontare l’enorme deficit che si è creato prima che io diventassi presidente. C’è da tener presente una cosa molto importante: le spese per Medicare, Medicaid e Social Security arriveranno alle stelle. È per questo motivo che ho sollecitato la creazione di una commissione fiscale bipartisan, sulla base di quanto proposto dal repubblicano Judd Gregg e dal democratico Kent Conrad. Questa commissione non dovrà essere una di quelle trovate-espediente che a Washington fingono di poter risolvere un problema. La commissione dovrà fornire una serie specifica di soluzioni entro una scadenza fissa.

Ieri il Senato ha bloccato l’iter di legge che avrebbe dovuto portare alla creazione di questa commissione. Emetterò pertanto un ordine esecutivo che ci permetta di andare in ogni caso oltre, perché io mi rifiuto di limitarmi a rifilare questo problema alla prossima generazione di americani. Quando domani si voterà di nuovo, il Senato dovrebbe rimettere mano alla legge “pay–as-you-go” (paga di volta in volta), che ci ha consentito di avere eccedenze da record negli anni Novanta.

So che alcuni del mio stesso partito sosterranno che non possiamo occuparci del deficit o congelare la spesa pubblica quando così tanti soffrono. Sono d’accordo – ed è per questo motivo che questo congelamento entrerà in vigore soltanto a partire dall’anno prossimo, quando l’economia sarà più forte. Cercate però di capire che se non vareremo dei provvedimenti significativi per tenere a freno il nostro indebitamento, questo potrebbe danneggiare i nostri mercati, aumentare i costi dei prestiti, mettere a repentaglio la ripresa, tutte cose che potrebbero avere effetti ancora peggiori e più gravi sulla crescita dell’occupazione e sui redditi delle famiglie.

Da alcuni esponenti della destra mi aspetto di sentire tesi diverse e non solo che se facessimo meno investimenti per i nostri concittadini, se estendessimo gli sgravi fiscali anche agli americani più ricchi, se eliminassimo un numero maggiore di regolamenti, se mantenessimo lo status quo per quanto riguarda l’assistenza sanitaria, il nostro deficit sparirebbe. Il problema è che per otto anni abbiamo fatto proprio questo. Ed è questo ad aver contribuito a precipitarci nella crisi. È questo che ha portato a un simile indebitamento. Non possiamo ripetere nulla del genere.

Invece di combattere le stesse spossanti e logoranti battaglie che si combattono a Washington da decenni, è giunta l’ora di cercare di fare qualcosa di nuovo. Investiamo nei nostri connazionali, senza lasciare loro una montagna di debiti. Facciamo fronte alle nostre responsabilità nei confronti dei nostri connazionali che ci hanno eletto. Cerchiamo di usare un po’ di buonsenso. Sì, buonsenso: un concetto del tutto nuovo!

Per farlo, dovremo prima di tutto ammettere che al momento quello che ci sta di fronte è un deficit di ben altro, oltre che di soldi. Abbiamo un deficit di fiducia da colmare, profondo ed erosivo sulle modalità con le quali Washington è andata avanti ed è cresciuta per anni. Per colmare questo gap di fiducia dobbiamo varare iniziative alle estremità opposte di Pennsylvania Avenue, ponendo fine all’esorbitante azione di lobby di alcuni, per svolgere il nostro lavoro in modo trasparente, per dare al nostro popolo il governo che si merita.

È per occuparmi di questo che sono venuto qui a Washington. È per questo che, per la prima volta nella Storia, la mia Amministrazione ha messo la Casa Bianca online per chiunque voglia farle visita. È per questo che abbiamo escluso i lobbisti dalle poltrone nelle quali si decide la politica, o dai seggi nelle commissioni e nei consigli federali.

Certo, non possiamo fermarci qui. È giunto il momento di imporre a tutti i lobbisti di rendere pubblici i contatti che prendono a vantaggio o per conto di un loro cliente nella mia Amministrazione o nel Congresso. È giunto il momento di porre stretti vincoli ai contributi che i lobbisti versano a chi si candida a un posto nell’amministrazione federale.

Con tutto il debito rispetto per la separazione dei poteri, la settimana scorsa la Corte Suprema ha abrogato una legge secolare che credo abbia spalancato le dighe agli interessi di parte, compresi quelli delle multinazionali straniere, e che permetteva di spendere senza limiti di sorta nelle nostre elezioni. Io non credo che le elezioni in America debbano essere assoggettate alle puntate di chi ha interessi potenti in America o, peggio ancora, di entità straniere. Le elezioni americane dovrebbero essere decise esclusivamente dal popolo americano. Sollecito quindi i democratici e i repubblicani ad approvare una legge che serva a emendare alcuni di questi problemi.

Esorto vivamente anche il Congresso a proseguire lungo la strada di una riforma delle leggi di spesa approvate. Democratici e repubblicani insieme. Democratici e repubblicani: voi avete tagliato alcune spese, avete accolto e deciso di condividere l’impulso a cambiare le cose in modo significativo. Ma per riconquistare la fiducia dell’opinione pubblica occorre fare di più. Per esempio, alcuni membri del Congresso hanno postato online alcune richieste relative alle leggi di spesa. Questa sera invito il Congresso a pubblicare tutte queste richieste su un unico sito Web, prima di votarle, così che il popolo americano possa vedere esattamente come sono spesi i suoi soldi.

Naturalmente, nessuna di queste riforme potrà mai aver luogo se non riformeremo al contempo il nostro modo di collaborare. Non sono un ingenuo. Non ho mai pensato che il solo fatto di essere eletto potesse spalancare le porte a un’epoca di pace e armonia, a un’èra post-partisan. Sapevo che entrambi i partiti hanno alimentato divisioni profonde, che sono profondamente collegate le une alle altre. E per certi aspetti, vi sono semplicemente delle differenze di modus operandi o di mentalità che ci spingeranno sempre a imboccare strade diverse. Questi disaccordi sul ruolo del governo nelle nostre vite, sulle priorità della nostra nazione, sulla nostra sicurezza nazionale ci sono da oltre 200 anni. Sono l’essenza stessa della nostra democrazia.

Ciò che però lascia scontento il popolo americano è una Washington nella quale ogni singolo giorno è un Election Day. Non possiamo fare incessantemente campagna elettorale, non possiamo avere come unico obiettivo quello di far sì che l’altro partito abbia i titoli più imbarazzanti sui giornali, partendo dal presupposto che se loro perdono noi vinciamo. Nessun partito dovrebbe mai procrastinare o ostacolare l’iter di una legge soltanto perché può farlo. Mi rivolgo a entrambi i partiti adesso: la conferma di svolgere un buon servizio pubblico qualificato non dovrebbe essere tenuta in ostaggio da meschini progetti individuali o dal rancore di qualche senatore.

Washington può anche pensare che dire qualcosa sulla controparte, a prescindere che sia vera, falsa o malevola, sia comunque parte del gioco. Ma è proprio una politica di questo tipo ad aver impedito a entrambi i partiti di aiutare il popolo americano. Cosa ancora peggiore, tutto ciò sta scavando ulteriori divisioni tra i nostri connazionali, che provano sempre più sfiducia nel nostro governo.

Quindi la mia risposta è no: no, non rinuncerò all’intenzione di cambiare i toni della nostra politica. So che questo è un anno di elezioni. E dopo la settimana scorsa, è chiaro che la febbre della campagna elettorale è iniziata ancora prima del solito. Tuttavia, dobbiamo governare.

Ai democratici vorrei ricordare che abbiamo ancora la più ampia maggioranza da decenni a questa parte e che la gente si aspetta che noi risolviamo i problemi, non che rinunciamo. E se la leadership repubblicana continuerà a insistere che sono necessari 60 voti al Senato per fare qualsiasi cosa in questa città – una supermaggioranza, quindi – allora sappia che la responsabilità di governare adesso è sua tanto quanto nostra. Dire di no a tutto può essere una strategia politica buona sul breve periodo, ma non è leadership. Siamo stati mandati qui dagli elettori per servire i nostri connazionali, non per servire le nostre ambizioni. Pertanto cerchiamo di dimostrare al popolo americano che possiamo farlo insieme.

Questa settimana mi rivolgerò a un’assemblea di repubblicani della Camera. Vorrei dare inizio a consultazioni mensili con i vertici democratici e repubblicani… so che non vedete l’ora!

Durante tutta la nostra storia, nessuna causa ha unito maggiormente il nostro Paese della nostra sicurezza. Purtroppo una parte della coesione che si era creata e avevamo percepito dopo l’11 settembre si è dissolta. Possiamo anche metterci a discutere per vedere a chi addossarne la responsabilità, ma non mi interessa tornare a litigare sul passato. So che noi tutti amiamo il nostro Paese. Noi tutti siamo impegnati a difenderlo. Cerchiamo quindi di mettere in disparte e accantonare una buona volta il nostro sarcasmo e i nostri battibecchi da cortile per dimostrare chi è il più forte. Cerchiamo di rifiutare di dover scegliere tra la protezione del nostro popolo e il sostenere i nostri valori. Cerchiamo di lasciarci alle spalle timori e divisioni e fare piuttosto tutto ciò che occorre per difendere la nostra nazione e plasmare un futuro migliore, più roseo, per l’America e per il mondo.

Abbiamo iniziato questo lavoro l’anno scorso: dal primo giorno del mio mandato, abbiamo rinnovato l’attenzione ai terroristi che minacciano la nostra nazione. Abbiamo effettuato cospicui investimenti nella nostra sicurezza nazionale e sventato complotti che avrebbero messo in pericolo le vite degli americani. Stiamo colmando le inaccettabili lacune riscontrate in occasione del fallito attentato di Natale, migliorando la sicurezza delle compagnie aeree e intervenendo più rapidamente con le nostre agenzie d’intelligence. Abbiamo proibito la tortura e rafforzato le partnership dal Pacifico all’Asia meridionale alla Penisola arabica. L’anno scorso centinaia di affiliati e combattenti di al Qaeda, compresi molti leader di spicco, sono stati catturati o uccisi, in numero molto superiore al 2008.

In Afghanistan abbiamo aumentato il nostro contingente di soldati e l’addestramento delle forze di sicurezza afgane così che siano in grado nel luglio del 2011 di occuparsi loro della situazione sul campo e i nostri soldati possano iniziare a rientrare. Sapremo ricompensare un’eccellente arte di governo, ci adopereremo per ridurre la corruzione e sostenere i diritti di tutti gli afgani, uomini e donne nello stesso modo. In queste iniziative siamo affiancati dagli alleati e dai nostri partner che hanno anch’essi aumentato i loro contingenti di uomini e che si riuniranno a Londra per riaffermare i nostri comuni intenti. Abbiamo di fronte giorni difficili, ma sono assolutamente fiducioso che avremo successo.

Pur continuando nella nostra lotta ad al Qaeda, stiamo sempre più lasciando in modo responsabile l’Iraq al popolo iracheno. Da candidato ho promesso che avrei posto fine a questa guerra, ed è quanto da presidente sto cercando di fare. Entro la fine di agosto tutte le nostre forze combattenti lasceranno l’Iraq. Noi daremo il nostro aiuto al governo iracheno, e lo faremo quando indiranno le elezioni, e continueremo a farlo insieme al popolo iracheno per promuovere la pace e la prosperità in quell’area. Ma non siate indotti in errore: questa guerra sta finendo, e tutti i nostri soldati torneranno a casa.

Questa sera, tutti nostri uomini e le nostre donne in uniforme, in Iraq, in Afghanistan e in tutto il mondo, devono sapere che noi tutti abbiamo un grande rispetto per loro. Devono sapere di avere tutta la nostra gratitudine e il nostro pieno appoggio. E così come in guerra devono poter avere tutte le risorse necessarie, così noi abbiamo la responsabilità di aiutarli quando torneranno a casa. È per questo motivo che l’anno scorso abbiamo effettuato il più grande investimento per i veterani di guerra da interi decenni a questa parte. Stiamo costruendo la VA (Amministrazione dei Veterani) del XXI secolo. Ecco il motivo per il quale Michelle si è unita a Jill Biden per delineare un impegno nazionale concreto di supporto alle famiglie dei militari.

Adesso, nel momento stesso in cui portiamo avanti due guerre, dobbiamo anche far fronte a quello che è forse il pericolo più grande per il popolo americano: il rischio delle armi nucleari. Io ho abbracciato la visione di John F. Kennedy e Ronald Reagan tramite una strategia che cambi radicalmente la diffusione di queste armi e punti a un mondo senza più atomiche. Per ridurre i nostri arsenali e i nostri missili, pur garantendo i nostri deterrenti, Stati Uniti e Russia stanno portando a termine i negoziati per quello che sarà il trattato di controllo sugli armamenti più ambizioso e di più vasta portata in quasi venti anni. Al summit per la sicurezza nucleare che si svolgerà ad aprile riuniremo 44 nazioni qui a Washington D.C. su un obiettivo molto preciso: mettere in sicurezza tutti i materiali nucleari incustoditi che ci sono nel mondo entro quattro anni, così che non possano mai cadere nelle mani dei terroristi.

Questi sforzi diplomatici hanno rafforzato altresì il nostro status e la nostra autorevolezza presso quelle nazioni che insistono a violare ripetutamente gli accordi internazionali per ciò che concerne l’entrare in possesso di armi nucleari. Ecco perché la Corea del Nord adesso deve far fronte a un maggiore isolazionismo e a sanzioni più dure, sanzioni che sono fatte rispettare severamente. Ecco perché la comunità internazionale è molto più unita adesso e la Repubblica Islamica Iraniana è più che mai emarginata. Se le autorità iraniane continueranno a ignorare i loro obblighi, non c’è dubbio: anche loro dovranno far fronte a conseguenze maggiori. Questa è una promessa.

La leadership che stiamo fornendo è questa: impegno. Un impegno che promuova la sicurezza comune e la prosperità per tutti. Lavoriamo insieme al G-20 per sostenere una ripresa globale duratura. Lavoriamo con le comunità musulmane di tutto il mondo per promuovere la scienza, l’istruzione, l’innovazione. Siamo passati dall’essere semplici spettatori a diventare leader nella lotta contro il cambiamento del clima. Stiamo aiutando i Paesi in via di sviluppo a procurarsi da soli ciò che serve per sfamarsi, e continuiamo a combattere contro l’Hiv/Aids. Stiamo per lanciare una nuova iniziativa che ci conferirà la capacità di reagire più rapidamente e più efficacemente al bioterrorismo e alle malattie infettive: si tratta di un piano che sventerà le minacce qui in patria e rafforzerà la sanità pubblica all’estero.

Come fa da sessant’anni a questa parte, l’America si fa carico di queste iniziative perché il suo destino è collegato a quello di chi è su altri lidi. Ma lo fa anche perché è giusto farlo. Ecco perché mentre noi siamo qui riuniti, oltre diecimila americani stanno collaborando con molte altre nazioni per dare una mano alla popolazione di Haiti, per ricostruire e rinascere. Ecco perché siamo al fianco di quella ragazza che in Afghanistan vuole frequentare la scuola. Ecco perché sosteniamo i diritti umani delle donne che marciano per le strade dell’Iran. Ecco perché appoggiamo in pieno la richiesta di un giovane al quale in Guinea è stato negato un posto di lavoro per mera corruzione. Perché l’America è sempre stata dalla parte della libertà e della dignità umane. Sempre.

All’estero, le più grandi riserve di forza dell’America sono sempre stati i nostri ideali. E lo stesso è per la nostra patria. Noi sappiamo trovare unità nella nostra incredibile diversità, attingendo alla promessa custodita e garantita dalle parole della nostra Costituzione: il concetto che siamo stati creati uguali; che indipendentemente da come si è o che aspetto si ha, se si rispetta la legge si ha diritto a essere protetti; che se si aderisce ai nostri valori comuni, si dovrebbe essere trattati nello stesso modo di chiunque altro.

Dobbiamo continuare a rinnovare questa promessa. La mia Amministrazione ha una Civil Rights Division che ancora una volta si occupa di perseguire qualsiasi violazione dei diritti umani e qualsiasi discriminazione sul lavoro. Noi abbiamo inasprito le nostre leggi per tutelare i cittadini dai reati e dai crimini commessi per odio e razzismo verso le minoranze. Quest’anno collaborerò col Congresso e con le nostre Forze Armate per abrogare una volta per tutte la legge che preclude agli americani gay il diritto di servire il Paese che amano a causa di quello che sono. È la cosa giusta da fare.

Ci stiamo adoperando per usare la mano pesante contro chiunque violi le leggi sulle pari opportunità e le pari retribuzioni, così che le donne possano essere pagate come gli uomini per il medesimo lavoro. E dovremo continuare a occuparci del nostro malandato sistema dell’immigrazione, per rendere più sicure le nostre frontiere, per applicare le leggi, per assicurare che chiunque rispetta la legge possa contribuire alla nostra economia e arricchire la nostra nazione.

In definitiva, questi sono i nostri ideali, i nostri valori che hanno costruito e plasmato l’America. Valori che ci hanno permesso di forgiare un nazione fatta di immigrati arrivati da ogni angolo del pianeta; valori che ancora oggi ispirano e guidano i nostri concittadini. Ogni giorno gli americani fanno fronte alle loro responsabilità nei confronti delle loro famiglie e dei loro datori di lavoro. Sempre più spesso danno una mano ai loro vicini di casa e al loro Paese. Sono fieri delle loro fatiche, del loro lavoro, e sono generosi d’animo. Questi non sono valori repubblicani o valori democratici, valori imprenditoriali o valori operai. Sono valori americani.

Purtroppo, troppi nostri connazionali hanno perso fiducia e non credono che le grandi istituzioni, le nostre aziende, i nostri media e purtroppo anche il nostro governo riflettano quegli stessi valori ancora oggi. Ciascuna di queste istituzioni è piena di uomini e donne rispettabili, che svolgono un lavoro importante che aiuta il nostro Paese a prosperare. Ma ogni volta che un amministratore delegato si gratifica per un insuccesso o che un banchiere ci mette tutti a rischio per assicurarsi un premio esorbitante, i dubbi della gente aumentano. Ogni volta che i lobbisti hanno la meglio sul sistema o che i politici si lacerano in mille diatribe invece di risollevare questo Paese, perdiamo fiducia. Quando più i sapientoni alla televisione riducono seri dibattiti in sciocchi pretesti per discutere a vanvera, o questioni di primaria importanza in bazzecole, i nostri connazionali si allontanano.

Non dobbiamo stupirci che circoli molto cinismo. Non deve stupire che vi siano così tanta insoddisfazione e delusione.

Nella mia campagna elettorale ho promesso cambiamento: un cambiamento nel quale potessimo credere, questo era il mio slogan. E adesso, so che ci sono molti americani che non sono sicuri di credere ancora che possiamo cambiare, né che io possa rispettare questa promessa.

Ricordate: non ho mai detto che cambiare sarebbe stato facile o che potessi riuscirci io da solo. La democrazia in una nazione di 300 milioni di persone può essere chiassosa, irritante, complessa. Quando poi si cerca di fare grandi cose e di dare il via a un grande cambiamento, allora gli animi si scaldano e le controversie si moltiplicano. È così che vanno le cose.

Quanti di noi occupano una carica pubblica possono rispondere a questa realtà giocando sul sicuro, evitando di dire la dura verità, puntando il dito. Possiamo fare quello che è necessario per mantenere alto l’indice di gradimento nei sondaggi e ottenere buoni risultati alle prossime elezioni, oppure fare ciò che è meglio per la prossima generazione.

So anche un’altra cosa: se la gente avesse preso questa decisione 50 anni fa, o 100 anni fa, o 200 anni fa, adesso non saremmo qui questa sera. L’unica ragione per la quale siamo qui questa sera è perché intere generazioni di americani non hanno avuto il timore di fare ciò che era difficile fare; di fare ciò che era necessario fare anche quando il successo non era scontato; di fare quello che occorreva fare per continuare a tenere in vita il sogno di questa nazione per i propri figli e i propri nipoti.

La nostra Amministrazione ha avuto quest’anno qualche smacco politico, e alcuni di questi se li è meritati. Ma io mi sveglio ogni mattina sapendo che nessuno di questi contrattempi è paragonabile a quelli affrontati dalla famiglie americane di tutto il Paese durante quest’anno. E quello che mi fa andare avanti, che mi induce a continuare a lottare, è che malgrado questi smacchi e contrattempi, quello spirito di determinazione e ottimismo, quel senso di dignità fondamentale che è sempre stato nel cuore del popolo americano, vive ancora.

Vive nel proprietario di una piccola azienda in difficoltà che mi ha scritto: “Nessuno di noi è disposto a prendere in considerazione, nemmeno lontanamente, l’idea che noi si possa fallire”.

Vive nella donna che ha detto che anche se lei e i suoi vicini hanno avvertito il duro colpo della recessione, si sentono “forti, resilienti, americani”.

Vive nel bambino di otto anni che in Louisiana mi ha appena spedito la sua paghetta pregandomi di darla al popolo haitiano.

E vive in tutti gli americani che hanno lasciato tutto quello che stavano facendo per andare là dove non erano mai stati per tirare fuori dalle macerie persone che non avevano mai conosciuto, tanto da far gridare con gioia “USA!USA!USA!” ogni volta che salvavano una nuova vita.

Lo spirito che ha sostenuto e guidato questa nazione per oltre due secoli sopravvive in voi, nella sua popolazione. Abbiamo appena chiuso un anno difficile. Abbiamo superato un decennio difficile. Ma un nuovo anno è appena iniziato. Un nuovo decennio si prospetta davanti a noi. Noi non cederemo. Io non cederò. Cogliamo questa occasione per ricominciare, per portare avanti il nostro sogno, per rafforzare ancora una volta la nostra unione.

Grazie. Che Dio vi benedica e benedica gli Stati Uniti d’America.

Traduzione di Anna Bissanti

Fonti:

Industria, Obama, Pubblica Amministrazione

OBAMA, obiettivi per sviluppare il mercato del lavoro: piccole imprese, infrastrutture, energie pulite

Washington, 8 dicembre 2009

Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, pensa a un pacchetto di nuove misure per ridurre, nel corso di una generazione, l’alto tasso di disoccupazione raggiunto negli Usa. Parlando alla Brookings Institution, un think-tank di Washington, Obama ha affermato che le risorse risparmiate dai fondi destinati alle banche in difficolta’ saranno impiegate per rilanciare l’economia.

La Casa Bianca aveva detto che il piano di salvataggio approvato nell’ottobre del 2008 sarebbe costato circa 200 miliardi di dollari in meno del previsto. Molti istituti di credito hanno gia’ iniziato a restituire i prestiti ricevuti per la crisi di Wall Street. Obama non

ha pero’ precisato quanti di quei 200 miliardi di dollari intende utilizzare per il pacchetto di stimolo per il mercato del lavoro. Secondo fonti dell’amministrazione, solo gli investimenti nelle infrastrutture ammonteranno a 50 miliardi di dollari.

L’amministrazione Obama punta su tre aree per rilanciare e sostenere il mercato del lavoro, con iniziative che – spiegano dall’amministrazione statunitense – “sono il cuore dei nostri sforzi per aiutare gli americani a tornare al lavoro e per spingere le aziende a tornare ad assumere”. Le tre aree di intervento sono: infrastrutture,piccole imprese ed energia. Quest’ultima include nuovi incentivi per i consumatori che introdurranno tecnologie verdi nelle proprie case. “Le misure rientrano nella politica portata avanti non solo per creare lavoro nel breve termine ma anche per rafforzare la competitivita’ delle attivita’ americane, incoraggiare gli investimenti e promuovere le esportazioni”.

Ecco le tre aree per rilanciare e sostenere il mercato del lavoro:

  1. Investire nelle piccole imprese. Per le pmi l’amministrazione propone interventi soprattutto di tipo fiscale. Si tratta della capital gain a zero per le piccole imprese per un anno, sgravi per le assunzioni e l’eliminazione delle commissioni per quelle imprese di piccole dimensioni che ottengono prestiti attraverso ilprogramma Small Business Adiministration.
  2. Investire nelle infrastrutture. Ulteriori investimenti nel settore del lavori pubblici (autostrade, ponti, acqua e ferrovie) per sostenere gli sforzi portati avanti per rilanciare l’occupazione e migliorare la produttivita’ americana.
  3. Investimenti nell’energia pulita. Se la nazione sarà la prima nell invenstire nell’energia pulita, sarà alla guida del mondo. L’amministrazione prevede nuovi incentivi per i consumatori che investono in tecnologie ‘verdi’ per le proprie abitazioni. “Investimenti mirati nell’efficienza energetica possono aiutare a creare occupazione, consentendo allo stesso tempo ai consumatori di risparmiare. Il presidente – precisano dall’amministrazione – chiede al Congresso di considerare un nuovo programma di incentivi per i consumatori che introducono tecnologie pulite nelle loro abitazioni, con l’obiettivo di ricreare quanto accaduto con il programma di incentivi alla rottamazione di auto”, che ha avuto un grande successo.

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Fonte: Rainews24

Ambiente, Etica, Eventi, Obama

OBAMA: discorso al summit ONU sui cambiamenti climatici

summit 2009 onu studio baroni

“L’obiettivo del Summit sui Cambiamenti Climatici, che ho convocato per il 22 settembre, mira a mobilitare una volontà e una visione politica necessarie a raggiungere, durante le trattative di Copenaghen sul clima, un risultato ambizioso e concordato basato sulla scienza.”      Ban Ki-moon, Segretario Generale delle Nazioni Unite

Il Summit si colloca nel contesto della prima Settimana Mondiale del Clima (21 al 25 settembre 2009) focalizzata sul tentativo di creare un sostegno globale per una Petizione per il Clima che sarà presentata dalla società civile ai governi del mondo in dicembre alla Conferenza di Copenaghen sulla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici.

Ecco il discorso di Obama:

Obama ONUCi tengo a ringraziare il segretario generale per aver organizzato questa riunione e tutti i dirigenti che partecipano al summit. Il fatto che oggi siamo così numerosi dimostra che la minaccia che costituiscono i cambiamenti climatici è grave, pressante e crescente. La reazione della nostra generazione di fronte a questo problema sarà giudicata dalla storia, perché se non attaccheremo arditamente, rapidamente e di concerto, rischiamo di produrre una catastrofe irreversibile per le generazioni future.

Nessuno Stato, che sia grande o piccolo, ricco o povero, può sfuggire agli effetti dei cambiamenti climatici. L’innalzamento del livello dei mari minaccia tutte le coste. Tempeste e inondazioni di sempre più grande ampiezza minacciano tutti i continenti. Siccità e cattivi raccolti producono la sotto-alimentazione e i conflitti in luoghi dove la sotto-alimentazione ed i conflitti sono già frequenti. Nelle isole dove la superficie diminuisce, le famiglie sono già obbligaste ad abbandonare le loro abitazioni per diventare rifugiati del clima. La sicurezza e la stabilità di tutti i Paesi e di tutti i popoli – nostra prosperità, nostra salute e nostra sicurezza – sono in pericolo ed il tempo che abbiamo per rimediare a questa situazione è limitato.

Eppure possiamo porre rimedio. Come ha detto John Kennedy, «I nostri problemi sono creati dall’uomo, possono dunque essere risolti dall’uomo». E’ vero che per troppi anni l’umanità ci ha messo del tempo a reagire o anche a riconoscere l’ampiezza della minaccia climatica. E’ vero anche per il mio Paese. Noi lo riconosciamo. Si tratta però di un nuovo giorno, di una nuova epoca. Sono fiero di poter dire che gli Stati Uniti hanno fatto di più per incoraggiare la produzione di energia pulita e per ridurre l’inquinamento dovuto alle emissioni di CO2 in questi ultimi otto mesi che durante tutto l’altro periodo della loro storia.

Il nostro governo dedica gli investimenti più importanti che abbia mai fatto al settore delle energie rinnovabili; questi investimenti sono destinati a raddoppiare la capacità di produzione di energia eolica ad altre energie rinnovabili in tre anni. In tutti gli Stati Uniti, degli imprenditori costruiscono delle pale eoliche, dei pannelli solari e delle batterie per auto ibride con l’aiuto di garanzie di prestito e di crediti d’imposta, progetti che creano posti di lavoro ed imprese. Noi investiamo miliardi di dollari al fine di ridurre lo spreco di energia nelle nostre abitazioni, nei nostri edifici e quello dovuto alle nostre apparecchiature elettroniche e casalinghe, il che permette anche alle famiglie americane di risparmiare denaro grazie alla riduzione dei loro livelli di elettricità e di carburante.

Abbiamo proposto la prima politica nazionale mirante tanto ad accrescere il risparmio di carburante che a ridurre l’inquinamento dovuto alle emissioni di gas serra per tutte le nuove auto e tutti i nuovi camion, questo farà risparmiare denaro ai nostri consumatori e petrolio al nostro Paese. Noi progrediamo in quello che riguarda la realizzazione dei primi progetti di costruzione di eolico al largo delle coste del nostro Paese. Noi investiamo miliardi di dollari in vista del sequestro del carbonio, in modo che potremo ridurre l’inquinamento causato dalle nostre centrali a carbone. Questa settimana, annunceremo che per la prima volta cominceremo a sorvegliare le quantità di gas serra emesse in tutto il nostro Paese.

Alla fine della settimana, aprirò di concerto con i miei colleghi all’interno del G20 per mettere fine alle sovvenzioni riguardanti I combustibili fossili in modo che possiamo meglio affrontare il problema climatico.

Sappiamo già che il recente calo dell’insieme delle emissioni americane è in parte dovuto alle misure che puntano ad incoraggiare un migliore rendimento energetico ed un migliore impiego delle energie rinnovabili.

Cosa ancora più importante, la Camera dei rappresentanti ha adottato a giugno un testo di legge sull’energia e il clima che dovrà permettere finalmente che l’energia pulita sia una forma di energia redditizia per le imprese americane e ridurre considerevolmente le emissioni di gas serra. Una commissione del Senato ha già esaminato questo testo di legge ed io conto di operare di concerto con altri quando progrediremo.

Dato che nessun Paese può rilevare da solo questa sfida, gli Stati Uniti incitano un numero d’alleati e di persone più grande che mai a trovare una soluzione. In aprile, abbiamo convocato qui negli Stati Uniti la prima delle 6 riunioni del Forum delle grandi potenze economiche sull’energia ed il clima che hanno avuto luogo fino ad oggi. A Trinidad, ho proposto un partenariato sull’energia ed il clima per le Americhe. Noi agiamo con l’intermediazione della Banca mondiale per incoraggiare I progetti di energie rinnovabili e delle tecnologie connesse nei Paesi in via di sviluppo. Infine, accordiamo in posto prioritario alle questioni climatiche nel quadro delle nostre relazioni diplomatiche con dei Paesi così diversi come la Cina e il Brasile, l’India e il Messico, dal continente africano al continente europeo.

Tutte queste misure rappresentano da parte del popolo Americano e del suo governo un riconoscimento di importanza storica. Noi comprendiamo la gravità della minaccia climatica. Noi siamo risoluti ad agire e ci prenderemo le nostre responsabilità verso le generazioni future.

Tuttavia, benché un gran numero di Paesi abbia preso delle misure ardite e condivida la nostra determinazione, non siamo venuti qui per celebrare i progressi odierni. Noi siamo venuti perché occorre progredire molto di più. Noi siamo venuti perché resta molto da fare.

Si tratta di un compito che non sarà facile. Mentre ci apprestiamo ad andare a Copenhagen, non dobbiamo farci illusioni sul fatto che il più difficile è davanti a noi. Noi cerchiamo cambiamenti radicali ma necessari nel bel mezzo di una recessione mondiale, nella quale il compito prioritario di tutti i Paesi è di rilanciare l’economia e di diminuire la disoccupazione. Tutti noi dovremo avremo a che fare nelle nostre rispettive capitali con i dubbi e le difficoltà, su come cerchiamo di raggiungere una soluzione duratura ai problemi climatici.

Io sono venuto qui oggi per dire che le difficoltà non possono servire da scusa per accontentarsi. L’imbarazzo non è più una scusa per l’inazione. Infine, non dobbiamo permettere che la perfezione diventi nemica del progresso. Ognuno di noi deve fare quello che può quando può per far aumentare l’economia del suo Paese senza mettere in pericolo il nostro pianeta e dobbiamo farlo tutti insieme. Noi dobbiamo cogliere l’occasione per fare della riunione di Copenhagen un passo importante nella lotta mondiale contro i cambiamenti climatici.

Noi non possiamo più permettere che le vecchie divisioni che hanno caratterizzato il dibattito sul clima durante tanti anni blocchino i nostri progressi. Si, spetta sempre ai Paesi industriali che hanno causato una gran parte dei danni subiti dal nostro clima nel corso del secolo scorso, tra i quali gli Stati Uniti, di giocare un ruolo di primo piano. Noi continueremo a farlo, investendo nei settori delle energie rinnovabili, favorendo un miglior rendimento e riducendo considerevolmente le nostre emissioni in maniera da raggiungere gli obiettivi che abbiamo fissato per il 2020 e i nostri obiettivi di lunga durata per il 2050.

Tuttavia, anche i Paesi in via di sviluppo rapido che saranno responsabili di quasi tutta la crescita delle emissioni di CO2 nei decenni a venire devono giocare il loro ruolo. Alcuni di questi Paesi hanno già fatto dei grandi progressi per quel che riguarda la produzione di energia pulita e il suo utilizzo. Essi devono però impegnarsi a prendere delle misure vigorose sul loro territorio ed accettare di rispettare questi impegni proprio come fanno i paesi industriali. Noi non possiamo rilevare questa fida se tutti I grandi emettitori di gas serra non agiscono di concerto. Non c’è altra soluzione.

Noi dobbiamo anche raddoppiare i nostri sforzi per mettere gli altri Paesi in via di sviluppo, in particolare i Paesi più poveri e più vulnerabili, sulla strada di una crescita sostenibile. Questi Paesi non dispongono delle stesse risorse per lottare contro i cambiamenti climatici di Paesi quali gli Stati Uniti o la Cina, ma sono loro ad avere l’impegno più immediato per una soluzione, perché conoscono già gli effetti del riscaldamento del nostro pianeta: la fame, la siccità, la sparizione dei villaggi costieri e i conflitti dovuti alla rarità delle risorse. Il loro futuro non è più la scelta tra un’economia crescente ed un pianeta più pulito, perché la loro sopravvivenza dipende da entrambe. La riduzione della povertà avrà poco effetto se non si può raccogliere quel che si è seminato o trovare dell’acqua potabile.

E’ per questo che incombe su di noi di fornire l’aiuto finanziario e tecnico del quale questi Paesi hanno bisogno per adattarsi agli effetti dei cambiamenti climatici e per incoraggiare uno sviluppo che causi poche emissioni di CO2.

Dopo tutto, quel che ricerchiamo non è semplicemente un accordo sulla limitazione delle emissioni di gas serra. Noi cerchiamo di concludere un accordo che permetterà a tutti i Paesi di conoscere un buon tasso di crescita e di aumentare il livello di vita della popolazione senza mettere in pericolo il nostro pianeta. Mettendo a punto delle tecnologie non inquinanti e condividendo il nostro know how, noi possiamo aiutare i Paesi in via di sviluppo ad evitare le tecnologie inquinanti ed a ridurre le emissioni pericolose.

Signor segretario generale, mentre siamo riuniti qui oggi, la buona notizia é che, dopo tanti anni di inazione e negazione, la maggior parte dei Paesi riconoscono finalmente l’urgenza del problema che ci si pone.

Noi sappiamo quel che conviene fare. Noi sappiamo che l’avvenire del nostro pianeta dipende da un impegno mondiale a ridurre in modo permanente l’inquinamento dovuto ai gas serra. Noi sappiamo che, se adottiamo le regole e gli incentivi appropriati, daremo libero corso al potere creativo dei nostri migliori scienziati, ingegneri ed imprenditori per costruire un mondo migliore. Un gran numero di Paesi hanno già fatto il primo passo sulla via che porta alla realizzazione di questo obiettivo. Questa strada sarà però lunga e difficile e noi non abbiamo molto tempo per arrivare fino alla conclusione. E’ una via che esigerà che ciascuno di noi perseveri nonostante le battute di arresto per progredire poco a poco, anche quando ci saranno degli ostacoli.

Cominciamo dunque subito, perché se siamo flessibili e pragmatici, se possiamo decidere di lavorare instancabilmente e di concerto, noi potremo allora realizzare il nostro obiettivo comune, vale a dire un mondo che sia più sicuro, più pulito ed in migliore salute di quello che abbiamo trovato ed un futuro che sia degno dei nostri figli.

Vi ringrazio.

Link alle altre relazioni pubblicate sul sito ufficiale:

H.E. Mr. BAN Ki-moon, Secretary-General of the United Nations
Dr. Rajendra Pachauri, Chair, Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC)
H.E. Mr. Barack Obama, President of the United States of America
H.E. Mr. Mohamed Nasheed, President of the Republic of Maldives
H.E. Mr. Hu Jintao, President of the Peoples Republic of China
H.E. Mr. Yukio Hatoyama, Prime Minister of Japan
H.E. Mr. Paul Kagame, President of Rwanda
H.E. Mr. Fredrik Reinfeldt, Prime Minister of Sweden
H.E. Mr. Óscar Arias Sánchez, President of Costa Rica
H.E. Mr. Nicolas Sarkozy, President of France
Professor Wangari Muta Maathai, Founder, Green Belt Movement, Kenya (Civil Society)
Ms. Yugratna Srivastava, Asia-Pacific UNEP/TUNZA Junior-Board representative, India, age 13 (Youth)
Mr. Janos Pasztor, Director, Secretary-General”s Climate Change Support Team
H.E. Mr. Tillman Joseph Thomas, Prime Minister of Grenada
H.E. Mr. Ahmad Babiker Nahar, Minister of Environment and Urban Development of Sudan
H.E. Mr. Lars Løkke Rasmussen, Prime Minister of Denmark
H.E. Mr. BAN Ki-moon, Secretary-General of the United Nations
H.E. Mr. Lars Løkke Rasmussen, Prime Minister of Denmark

Fonti:


Comunicazione, Eventi, Innovazione, Obama, Pedagogia, Società della Conoscenza

OBAMA: discorso agli studenti e programma 2009.2012

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Questo riportato sotto è il discorso del presidente americano Barack Obama tenuto sul web e in tv l’8 settembre 2009 in occasione della riapertura delle scuole dalla Wakefield High School di Arlington, in Virginia, davanti a centinaia di studenti di tutto il paese dai sei a 18 anni.

Prima di passare alla lettura del discorso, è apportuno sottolinerare che nel programma ufficiale di Obama, quello presentato in campagna elettorale, si trovano interessanti spunti sul tema della formazione e delle nuove tecnologie.

Nell’introduzione di questo file Programma ufficiale di Obama 2009.2012 sviluppo e innovazione tecnologica viene chiaramente individuato un problema da risolvere e viene citato un recente studio internazionale nel quale si è “scoperto che le valutazioni nelle materie scientifiche degli studenti degli Stati Uniti sono peggiori rispetto a quelle degli studenti di altre 16 nazioni economicamente sviluppate, addirittura 20 nel caso delle abilità matematiche. Solo un terzo degli insegnanti di scienze delle scuole medie è qualificato a insegnare la propria materia e soltanto metà degli insegnanti di scienze matematiche ha una formazione in questa disciplina”.

Merita inoltre particolare attenzione il progetto del partito di Obama che si pone l’obiettivo di introdurre un Kindle in ogni zainetto, cioè un E-Book di testo nelle scuole americane.

Discorso di Obama agli studenti, 8 settembre 2009

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So che per molti di voi questo è il primo giorno di scuola. E per chi è all’asilo o all’inizio delle medie o delle superiori è l’inizio di una nuova scuola, così un minimo di nervosismo è comprensibile.

Immagino che tra voi ci siano dei veterani a cui manca solo un anno per concludere gli studi e quindi contenti. E, non importa a quale classe siate iscritti, qualcuno tra voi probabilmente sta pensando con nostalgia all’estate e rimpiange di non aver potuto dormire un po’ di più stamattina. So cosa vuol dire. Quando ero giovane la mia famiglia visse in Indonesia per qualche anno e mia madre non aveva abbastanza denaro per mandarmi alla scuola che frequentavano tutti i ragazzini americani. Così decise di darmi lei stessa delle lezioni extra, dal lunedì al venerdì alle 4,30 di mattina. Ora, io non ero proprio felice di alzarmi così presto. Il più delle volte mi addormentavo al tavolo della cucina. Ma ogni volta quando mi lamentavo mia madre mi dava un’occhiata delle sue e diceva: «Anche per me non è un picnic, ragazzo».

Ora, io ho fatto un sacco di discorsi sull’istruzione. E ho molto parlato di responsabilità. Della responsabilità degli insegnanti che devono motivarvi all’apprendimento e ispirarvi. Della responsabilità dei genitori che devono tenervi sulla giusta via e farvi fare i compiti e non lasciarvi passare la giornata davanti alla tv. Ho parlato della responsabilità del governo che deve fissare standard adeguati, dare sostegno agli insegnanti e togliere di mezzo le scuole che non funzionano, dove i ragazzi non hanno le opportunità che meritano. Ma alla fine noi possiamo avere gli insegnanti più appassionati, i genitori più attenti e le scuole migliori del mondo: nulla basta se voi non tenete fede alle vostre responsabilità. Andando in queste scuole ogni giorno, prestando attenzione a questi maestri, dando ascolto ai genitori, ai nonni e agli altri adulti, lavorando sodo, condizione necessaria per riuscire.

Questo è quello che voglio sottolineare oggi: la responsabilità di ciascuno di voi nella vostra educazione. Parto da quella che avete nei confronti di voi stessi. Ognuno di voi sa far bene qualcosa, ha qualcosa da offrire. Avete la responsabilità di scoprirlo. Questa è l’opportunità offerta dall’istruzione. Magari sapete scrivere bene, abbastanza bene per diventare autori di un libro o giornalisti, ma per saperlo dovete scrivere qualcosa per la vostra classe d’inglese. Oppure avete la vocazione dell’innovatore o dell’inventore, magari tanto da saper mettere a punto il prossimo i Phone o una nuova medicina o un vaccino, ma non potete saperlo fino a quando non farete un progetto per la vostra classe di scienze.

Oppure potreste diventare un sindaco o un senatore o un giudice della Corte suprema ma lo scoprirete solo se parteciperete a un dibattito studentesco. Non è solo importante per voi e per il vostro futuro. Che cosa farete della vostra possibilità di ricevere un’istruzione deciderà il futuro di questo Paese, nulla di meno. Ciò che oggi imparate a scuola domani sarà decisivo per decidere se noi come nazione sapremo raccogliere le sfide che ci riserva il futuro. Avrete bisogno della conoscenza e della capacità di risolvere i problemi che imparate con le scienze e la matematica per curare malattie come il cancro e l’Aids e per sviluppare nuove tecnologie ed energie e proteggere l’ambiente. Avrete bisogno delle capacità di analisi e di critica che si ottengono con lo studio della storia e delle scienze sociali per combattere la povertà e il disagio, il crimine e la discriminazione e rendere la nostra nazione più corretta e più libera.

Vi occorreranno la creatività e l’ingegno che vengono coltivati in tutti i corsi di studio per fondare nuove imprese che creeranno posti di lavoro e faranno fiorire l’economia. So che non è sempre facile far bene a scuola. So che molti di voi devono affrontare sfide tali da rendere difficile concentrarsi sui compiti e sull’apprendimento.

Mi è successo, so com’è. Mio padre lasciò la famiglia quando avevo due anni e sono stato allevato da una madre single che lottava ogni girono per pagare i conti e non sempre riusciva a darci quello che avevano gli altri ragazzi. Spesso sentivo la mancanza di mio padre. A volte mi sentivo solo e pensavo che non ce l’avrei fatta. Non ero sempre così concentrato come avrei dovuto.

Ho fatto cose di cui non vado fiero e sono finito nei guai. E la mia vita avrebbe potuto facilmente prendere una brutta piega.

Ma sono stato fortunato. Ho avuto un sacco di seconde possibilità e l’opportunità di andare al college e alla scuola di legge e seguire i miei sogni. Qualcuno di voi potrebbe non godere di questi vantaggi. Può essere che nella vostra vita non ci siano adulti che vi appoggiano quanto avete bisogno. Magari nelle vostre famiglie qualcuno ha perso il lavoro e il denaro manca. O vivete in un quartiere poco sicuro, o avete amici che cercano di convincervi a fare cose sbagliate. Ma, alla fine dei conti, le circostanze della vostra vita – il vostro aspetto, le vostre origini, la vostra condizione economica e familiare – non sono una scusa per trascurare i compiti o avere un atteggiamento negativo. Non ci sono scuse per rispondere male al proprio insegnante, o saltare le lezioni, o smettere di andare a scuola. Non c’è scusa per chi non ci prova.

Il vostro obiettivo può essere molto semplice: fare tutti i compiti, fare attenzione a lezione o leggere ogni giorno qualche pagina di un libro. Potreste decidere di intraprendere qualche attività extracurricolare o fare del volontariato. Potreste decidere di difendere i ragazzi che vengono presi in giro o che sono vittime di atti di bullismo per via del loro aspetto o delle loro origini perché, come me, credete che tutti i bambini abbiano diritto a un ambiente sicuro per studiare e imparare. Potreste decidere di avere più cura di voi stessi per rendere di più e imparare meglio.

E in tutto questo, spero vi laviate molto le mani e ve ne stiate a casa se non state bene in modo da evitare il più possibile il contagio dell’influenza quest’inverno. Qualunque cosa facciate voglio che vi ci dedichiate. So che a volte la tv vi dà l’impressione di poter diventare ricchi e famosi senza dover davvero lavorare, diventando una star del basket o un rapper, o protagonista di un reality. Ma è poco probabile, la verità è che il successo è duro da conquistare.

Non vi piacerà tutto quello che studiate. Non farete amicizia con tutti i professori. Non tutti i compiti vi sembreranno così fondamentali. E non avrete necessariamente successo al primo tentativo. È giusto così. Alcune tra le persone di maggior successo nel mondo hanno collezionato i più enormi fallimenti. Il primo Harry Potter di JK Rowling è stato rifiutato dodici volte prima di essere finalmente pubblicato. Michael Jordan fu espulso dalla squadra di basket alle superiori e perse centinaia di incontri e mancò migliaia di canestri durante la sua carriera. Ma una volta disse: «Ho fallito più e più volte nella mia vita. Ecco perché ce l’ho fatta».

Nessuno è nato capace di fare le cose, si impara sgobbando. Non sei mai un grande atleta la prima volta che tenti un nuovo sport. Non azzecchi mai ogni nota la prima volta che canti una canzone. Occorre fare esercizio. Con la scuola è lo stesso. Può capitare di dover fare e rifare un esercizio di matematica prima di risolverlo o di dover leggere e rileggere qualcosa prima di capirlo, o dover scrivere e riscrivere qualcosa prima che vada bene. La storia dell’America non è stata fatta da gente che ha lasciato perdere quando il gioco si faceva duro ma da chi è andato avanti, ci ha provato di nuovo e con più impegno e ha amato troppo il proprio Paese per fare qualcosa di meno che il proprio meglio.

È la storia degli studenti che sedevano ai vostri posti 250 anni fa e fecero una rivoluzione per fondare questa nazione. Di quelli che sedevano al vostro posto 75 anni fa e superarono la Depressione e vinsero una guerra mondiale. Che combatterono per i diritti civili e mandarono un uomo sulla Luna. Di quelli che sedevano al vostro posto 20 anni fa e hanno creato Google, Twitter e Facebook cambiando il modo di comunicare.

Così, vi chiedo, quale sarà il vostro contributo? Quali problemi risolverete? Quali scoperte farete? Il presidente che verrà di qui a 20, 50 o 100 anni cosa dirà che avrete fatto per questo Paese? Le vostre famiglie, i vostri insegnanti e io stiamo facendo di tutto per fare sì che voi abbiate l’istruzione necessaria per saper rispondere a queste domande. Mi sto dando da fare per garantirvi classi e libri e accessori e computer, tutto il necessario al vostro apprendimento. Ma anche voi dovete fare la vostra parte. Quindi da voi quest’anno mi aspetto serietà. Mi aspetto il massimo dell’impegno in qualsiasi cosa facciate. Mi aspetto grandi cose, da ognuno di voi. Quindi non deludeteci, non deludete le vostre famiglie, il vostro Paese e voi stessi. Rendeteci orgogliosi di voi. So che potete farlo.

Si ringrazia:

  • Garamond per la segnalazione
  • La Stampa per la disponbilità del testo
  • International press per le immagini

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